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Per produrre un Bitcoin si consuma il doppio dell'energia che serve per fare il "pieno" su una Tesla

Per produrre Bitcoin sono necessari computer sempre più potenti, tanto che la bolletta elettrica è schizzata alle stelle.

Nel 1600 ci fu la cosiddetta bolla dei tulipani, che portò moltissimi olandesi ad acquistare migliaia e migliaia di diritti futuri su bulbi di tulipani mai esistiti. Nel 1800 decine di migliaia di persone si misero in viaggio, attraversando oceani, deserti e montagne innevate del Nord America in quella che passerà alla storia come corsa all'oro (o febbre dell'oro) nella speranza di riuscire ad arricchirsi grazie all'estrazione del biondo metallo. Oggi stiamo vivendo un fenomeno simile ai due appena descritti, riguardante però un bene immateriale e difficilmente tangibile: il Bitcoin (seguito dalla pletora di altre criptovalute nate sulla sua scorta).
Le quotazioni della criptomoneta ideata da Satoshi Nakamoto hanno toccato cifre impensabili sino a 12 mesi fa (un picco di quasi 15 mila euro, con un incremento del +1850% da dicembre 2016 a dicembre 2017) e, al momento, lo spettro della bolla sembra allontanarsi sempre di più. Ciò porta sempre più persone a comprare Bitcoin o metter su dei sistemi informatici sufficientemente potenti per creare Bitcoin attraverso il mining.
Operazioni che hanno portato con sé un doppio "effetto collaterale". La necessità di assemblare computer sempre più potenti ha portato i miner a realizzare sistemi con decine di schede video montate in parallelo (GPU computing), facendo lievitare i prezzi delle schede video e rendendole rare come l'oro. Questo ha fatto crescere in maniera esponenziale i consumi elettrici, tanto da rendere anti-economico produrre Bitcoin in solitaria.

Secondo una ricerca condotta dal magazine online Digiconomist, la potenza di calcolo necessaria per produrre Bitcoin ha raggiunto ormai livelli elevatissimi, quasi insostenibili. Ciò ha fatto crescere in maniera esponenziale anche il consumo energetico: ogni singola transazione, che richiede tra i 10 minuti e le 17 ore per essere completata e confermata, richiede circa 240 kWh: energia sufficiente per ricaricare 2,4 volte le batterie di una Tesla Model S P100D, la berlina più veloce e "capiente" del produttore di auto elettriche statunitense.
Se si tiene conto che, ogni giorno, in tutto il mondo vengono completate circa 350 mila transazioni Bitcoin, si ottiene un conto energetico piuttosto elevato: più o meno lo stesso dell'intera Serbia e quasi lo stesso della Danimarca. Insomma, per produrre Bitcoin si consuma tanta energia quanta ne viene impiegata da nazioni di 7 milioni di abitanti.

Oltre a essere anti-economici, la corsa al Bitcoin li ha fatti diventare un fattore anche nel campo dell'ecologia e del surriscaldamento globale. L'energia necessaria per concludere ogni transazione, infatti, è prodotta principalmente con carbone e altri fonti di energia non rinnovabile: secondo stime di Digiconomist, ogni transazione Bitcoin immetterebbe nell'atmosfera ben 120 chilogrammi di anidride carbonica, mentre l'intera rete sarebbe responsabile della produzione di 16.000 chilotoni (ovvero 16.000.000 di tonnellate metriche) di anidride carbonica ogni anno.

I numeri appena snocciolati, però, sono solo parziali. Tengono conto, infatti, solamente del network dei Bitcoin, mentre la galassia delle criptovalute è in continua evoluzione ed espansione. Per produrre gli Ethereum, seconda criptomoneta per valore di mercato e volume di scambi, sono necessari 47 kWh per ogni transazione: poco meno di un quinto di quanto necessario per creare un Bitcoin. Lo stesso rapporto va poi applicato alla produzione e immissione nell'atmosfera di anidride carbonica. Tenendo conto che, al momento, esistono diverse decine di criptovalute, si capisce immediatamente che, continuando su questi ritmi e livelli, il conto che potremmo pagare da qui a qualche anno sarà molto salato. E non solo a livello economico.

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